Finisce la cena, è ora di andare a letto. Mamma vuole che io vada a letto. Nonna dice: aspetta. Mia sorella girottola per casa. Quante donne in casa mia! Nonna stacca un quadro dalla parete. Non l’avevo mai notato, troppo alto per me. C’è una foto grande, e altre più piccole. Uomini in divisa. Dice Nonna: questa è la tua famiglia. Mamma dice: non l’ascoltare. Sorella dice: io lo so già, io lo so già.
Donne. Mia nonna la riconosco subito, è la matrona al centro della foto grande. Solita faccia burbera, col vestito del matrimonio addosso. Nonna dice: quel giorno sposai questo baccalà qua accanto a me, ma mio marito è sempre stato quest’altro. Mi indica una fototessera: un giovane militare con due baffetti sbiaditi. Dice Nonna: peccato sia morto, era un brav’uomo. Dice Mamma: era un fanfarone, ti ha mollato. Ribatte Nonna: porta rispetto per tuo padre. La foto di mio nonno copre le facce dei genitori di Baccalà. Prosegue Nonna: questi invece erano i miei genitori e mia mamma, guarda, era identica a tua madre oggi. Mamma sbuffa: ancora con questa storia, non dire fesserie! Mia sorella invece dice: ha ragione la nonna.
In un’altra foto in basso a destra il matrimonio di Mamma, dove mio padre è vestito pure lui da militare. Dice Mamma: uomini! Sospira Nonna: colpa della guerra.
Con la guerra non ci puoi fare i conti, dice Nonna. Con la guerra puoi solo sperare che almeno qualcosa si salvi, che almeno qualcosa vada un po’ meglio del peggio. Con la guerra, dice Nonna, siamo già tutti morti, sopravvivere è un po’ come resuscitare.
Basta con questi discorsi! A letto!, grida Mamma. La guerra è brutta, sbiadisce tutto, a cominciare dalle foto dei militari. Nonna, raccontami qualcosa di bello, raccontami della Regina del Lago. Anche la Regina del Lago è resuscitata dopo la guerra? Dice Nonna: No, la Regina del Lago non muore, e non morirà mai. Ma quando sulla terra non rimarrà altro che una sola goccia d’acqua, la Regina del Lago la prenderà con sé e volerà via, alla ricerca di un pianeta più dignitoso del nostro.
E noi moriremo tutti?, domando. Se sarai stato bravo, risponde Nonna, anche tu volerai via insieme alla Regina del Lago, e ora a letto. Strilla sorella: anche io volerò via con la Regina del Lago!, sono io la Regina del Lago!
- Che non è come dire “un mare sospeso in aria”. Perché ogni goccia che cade in mare inevitabilmente si perde. Mentre le gocce, finché se ne restano lassù, in aria, mantengono la propria identità.
- Qualcuno diceva “Ogni goccia che cade si spande sul fiorire dell’acqua”…
- Vabbè, ma quello è un altro discorso. Si riferisce al momento esatto in cui una goccia, cadendo, incontra la superficie dell’acqua; o del mare, che dir si voglia. La goccia cade e provoca uno zampillo, cioè il fiorire dell’acqua; ma è solo un attimo, l’attimo stesso in cui la goccia, impattando, si perde.
- Non sono d’accordo. E’ l’attimo prima.
- Quante storie…
- Va bene, hai ragione, è l’attimo prima. Mentre il mare sospeso in aria, come dice lei, non è altro che il mare al posto del cielo e il cielo al posto del mare. Voglio dire, un mare di gocce sospese in aria è tutta un’altra faccenda, una faccenda assai più complicata del semplice mare sospeso in aria.
- Lo dici come se fosse facile invertire il mare con il cielo.
- Certo che è facile. E’ solo una questione di prospettive.
- Sono d’accordo.
Detto questo mi alzai per sdraiarmi sul tavolo, pancia in su e testa penzoloni là dove un attimo prima tenevo poggiati i gomiti. Stesi il boccale di birra davanti ai miei occhi e spiegai che, per come stavo messo io, in quel momento la birra era il mio mare, cioè il mio cielo. Tal (quello dei “Sono d’accordo” “Non sono d’accordo”), all’altro capo del tavolo, si era alzato in piedi per tenermi bloccate le caviglie. Non so spiegare perché lo fece, so solo che così facendo dette motivo a Met (quella del “Quante storie…”) per agitare le sue manine sui miei lombi, così da farmi il solletico; Mentre Met sghignazzava, e mentre Tal non si spigava perché avesse lasciato il suo boccale per le mie caviglie, io decisi di sciogliere quel empasse andando a bermi d’un fiato il mio boccale di cielo-birra-mare. Quando guardai oltre l’orizzonte.
Dapprima mi colpirono le sue calze a righe orizzontali, righe alte, righe bianche e nere, righe che spiccavano sotto a un tavolo dall’altro lato del locale. Poi mi arrivò all’orecchio una risata saccente, che doveva per forza di cose appartenere a quelle calze. Riconobbi quella risata, anzi no, quella saccenza [1], e fu così che il boccale mi scivolò di mano.
- Come vedi, il mare per aria non può stare.
- Colpa tua che mi facevi il solletico mentre lui mi teneva le caviglie, pareva un tavolo delle torture…
- Sono d’accordo.
- Chiedi almeno scusa a Bes.
- Scusa Bes.
- Mica vorrai un’altra birra?
- Anche sì.
- Basta che tu non le faccia fare la fine di questa. Vendo birra perché sia consumata sopra ai tavoli, non sotto.
- Era solo un gioco, perdonami.
- Perdonato, basta che tu non lo faccia più. Qui basta niente che tutti ci prendano l’abitudine e quella che pulisce sono io.
- Sono d’accordo. Non lo faremo più.
- Puoi starne certa, Bes.
- Promesso. Guardatelo, poverino, è tutto rosso!
Lo credo bene che ero tutto rosso! Già per la posizione a testa in giù; già per la figura che avevo fatto; che poi non m’importava molto; ma per via di quella là… parlavo e avrei voluto voltarmi, e se mi aveva visto? meglio non voltarsi, e la sentivo ridere: che stesse ridendo di me? e con chi era? le sue gambe, le sue calze, erano circondate da altre gambe, gambe di uomini, tutte intorno alle sue calze, manco fosse la Regina del Lago, e nella mia testa solo la sua risata, rimbombava la sua risata di bambina, di quel lontano giorno quando la incontrai ai piedi del Grande Muro.
- Andiamo a vedere il mare. Con questa pioggia ci faremo un’idea.
- Ancora con questa storia?!
- Con questa pioggia ci beccheremo una polmonite.
- A che pensi?
- Niente. Andiamo a vedere il mare.
Alzandomi in piedi mi voltai di scatto: lei non c’era più.
[continua…]
________
[1] Saccenza è una parola che sul vocabolario non esiste, avrei dovuto usare saccenteria, ma io non ci sto.
Parliamo del redattore capo. Il redattore capo è una persona in gamba. Peccato sia un redattore capo. Si chiama Bo. Bo, in quanto redattore, è prima di tutto un grande collega; il collega che ti indirizza sulla strada giusta e che ti risolve i problemi. Ma è anche il capo, cioè un superiore; e tra i superiori Bo è il più diretto, non è quello che ha il coltello della parte del manico, lui è il coltello stesso. Capisco che il suo ruolo non sia così tanto facile. Bo, in effetti, è una persona difficile; ma è una persona in gamba; altrimenti non farebbe il redattore capo.
Bo ha un ufficio tutto suo: fogli svolazzanti, un telefono, una tastiera dove sbatte le dita in continuazione, due baffoni enormi. Parlare con lui è difficile, i redattori entrano ed escono di continuo, fanno domande a mitraglia. Bo risponde con la contraerea, agitandosi violentemente sulla tastiera. Difficilmente molla il suo pezzo per rispondere a qualcuno, così mi hanno detto, con me non fa eccezione.
-E smettila di fissarmi in quel modo, e siediti.
-Ma
-Che fai, no! non li spostare, non li ritroverei, accidenti, sieditici sopra, no? Dunque vuoi fare il giornalista.
-Ho visto l’annuncio e
-Va bene come scrivi ma qui abbiamo bisogno di sostanza, di notizie, hai idea? Da dove vieni?
-Dal Paese, il Paese in riva al Lago.
-Ah, dove c’è quel pesce, come lo chiamano… La Regina del Lago!, quante stronzate abbiamo scritto su quella storia, ormai è pesce marcio, vero?, lascia perdere REA! REA! dove cazzo s’è infilata, REA! Mi dicevi?
-Non ho detto nulla
-L’incidente è sulla Quinta, un bambino coinvolto.
-Tre colonne, ci apriamo la terza, senti ragazzo, dove cazzo è Rea?, qui non abbiamo tempo da perdere, come vedi.
-È al telefono.
-Mandamela subito, ascoltami bene, lascia stare le stronzate sulla Regina del Lago e lascia stare il sangue, a quello ci pensiamo noi, Rea, a che punto è il pezzo?
-Eccolo capo.
-No, no, mettimelo qui, fatti un giro per la città e guardati intorno, la gente che soffre, la gente che vince, la gente che non si fa gli affari suoi, la gente che ruba, prima osserva, osserva bene, e solo dopo… le avevo detto sette colonne, REA! e insomma domande fanne poche, poche e buone, solo quando sei sicuro che sono quelle giuste, prima i fatti, poi le opinioni, dico bene?
-…Di cosa, di cosa mi dovrei occupare, esattamente?
-Che cazzo di domanda, come si chiama il giornale? CittàCittà. Di cosa ci occupiamo? di questa città di merda, ovvio, e della sua gente, che invece sono i nostri rispettabili lettori, Rea, ti avevo detto sette colonne, lo bevi il caffè? Rea, torna con due caffè e ti perdono, perché vedi, un giornale è un po’ come fare il caffè
-Risparmiagliela
-Vaffanculo, stammi a sentire, fai conto che la caffettiera è il proprietario, quello che ti dà da campare e che fa uscire il giornale caldo caldo tutte le mattine, ecco, per il momento fottitene, tu preoccupati solo del caffè
-Il bambino ha dodici anni, una gamba rotta, niente di grave, la mamma era lì è svenuta e ha sbattuto la testa
-Rimaniamo su tre colonne, il dolore della mamma, le mamme sono apprensive, perché vedi, il caffè è la fuori, nelle piantagioni, il caffè è la gente che popola questa Città, tu sei quello che deve andare a raccogliere il caffè per me, devi mietere fatti, spremere la gente, e non è finita, no, dopo viene il bello, devi trasformarmi i fatti in notizie, perché qua sforniamo notizie, ti torna? perché ti avranno insegnato che il caffè macinato crudo fa schifo, per trasformare i fatti in notizie il caffè va tostato, e tostato bene, ma mi stai seguendo?, e attento a non bruciarlo
-Sì, sì, ci sono
-Speriamo, per farla breve, Questo caffè fa schifo, REA!, questo caffè è una merda! fai finta di nulla, concentrati sul nostro caffè, cioè il giornale: il segreto del caffè sta nella tostatura e nel filtro, se i redattori fanno una buona tostatura e se il filtro, che sarei io, il filtro, che se anche io che sono il filtro faccio bene il mestiere del cazzo che mi ritrovo, finché non schizzo di testa ogni mattina questa città avrà un buon caffè prelibato da gustarsi, CittàCittà, non questa merda fatta da Rea, REA! quindi ora vai e torna con una buona tostatura, che qui dentro è tempo sprecato, qui è dove si fa la miscela
-Allora… vado
-Vai, bravo, che ne so, fatti un giro.
-D’accordo.
-REA! maledizione, dai, non fare quella faccia, va bene, poi parliamo con più calma, quando vuoi, ora no, REA!
-Più che volentieri. Arrivederci.
-No, no, chiamami Bo. Io sono BO. REA!
-D’accordo.
-Ciao, no, aspetta, scusa, un consiglio, ti volevo dire, quando hai un buon dialogo, come nell’ultimo pezzo, lascia perdere le manfrine di cappello e attacca subito col dialogo, REA!, prima il lettore entra nella parte meglio è, perché te non fai parte della notizia, ricordatelo sempre, te sei quello che la tosta, ci siamo intesi? te sei trasparente, invisibile, vai, ciao, muoviti come un fantasma, scruta, io ti aspetto qui, io di qui non mi muovo, e chi cazzo si muove.
Quelle lettere appiccicate, un’eccitazione smisurata. L’una dopo l’altra, in fila, un significato chiaro per chi le avrebbe lette. Giravo per casa con uno scarabocchio tra le mani e i grandi vi leggevano il mio nome. Mi dicevano bravo e mi facevano carezze. Ben presto sognai di avere un giornale tutto mio.
All’inizio del secondo anno di Università pensai che era giunto il momento di uscire dal guscio. Non mi sentivo pronto, affatto, ma desideravo, necessitavo il confronto. Per certi aspetti lo bramavo anche, il confronto, nella misura in cui la bramosia è costantemente frenata da timori e paure. L’aver passato un anno intero rinchiuso nel dormitorio a scrivere e a studiare, a studiare e a scrivere, per non dire a pensare a chissà cosa pur di non pensare veramente, mi aveva estenuato. Estenuato come si estenua un campo arato di continuo, nella speranza che qualcuno di indefinito si prenda prima o poi la briga di seminarlo. A suon di arare il mio campo stavo rischiando di renderlo arido, per paura quando che non fosse la stagione giusta per la semina, quando che mi mancassero i semi adatti. Fatta salva questa metafora, dopo un anno di aratura decisi che era indispensabile scendere in Città, che dovevo assolutamente prendermi la briga di procurarmi un qualsivoglia seme da piantare, ora o mai più.
Lo spunto me lo diede il giornale locale CittàCittà, l’unico che la burbera Lo si degnasse di mettere a disposizione degli studenti del dormitorio. CittàCittà cercava collaboratori, gli aspiranti erano pregati di presentarsi in redazione, in Viale Principe, dalle 17 alle 18, dal lunedì al venerdì. «Non si faccia venire in mente strane idee, lei non è fatto per il giornalismo. I giornalisti, quelli veri, sono sanguisughe e forcaioli, e lei non sarebbe in grado di far male nemmeno a una mosca cieca». A Lo non sfuggiva niente dei suoi studenti. Che io mi fossi soffermato sull’annuncio suonava un campanello di allarme, presagiva instabilità all’interno del Regno Dormitorio. Mi presentai alla redazione di CittàCittà quella sera stessa. Mi misero subito alla prova e io scrissi un articoletto di getto, non ebbi il tempo di rifletterci molto. Tornai al dormitorio con la precisa sensazione che non fosse accaduto niente.
La mattina seguente, alla ora di colazione, la perfida Lo sbatteva due copie di CittàCittà sulle facce degli studenti, mollemente intenti nella colazione. Gridava «Gauardate! Abbiamo uno che si dà le arie da giornalista!» e «Mi dica quanto le danno che le aumento la retta». Fissavo la mia tazza e traboccavo di vergogna. Le due copie del giornale giravano fra i tavoli e gli studenti le leggevano a turno, nel mentre che imburravano fette di pane e inzuppavano biscotti. Leggevano quel trafiletto insignificante nell’angolo basso della quarta pagina, al finire del quale era riportato, in grassetto, il mio nome.
Era riportato il mio nome. Era riportato il mio nome, in grassetto, a mo’ di firma su un articolo a riguardo della malattia che infestava i tigli di Viale Principe. Della malattia me ne ero accorto la sera prima, giusto mentre mi recavo alla redazione. Gli studenti leggevano assonnati, sorridevano, mi guardavano, biascicavano un «Bravo» o un «Complimenti», me li biascicavano assieme alle loro colazioni. Fu in quel preciso momento che capii che ciò che avevo scritto e che mai avessi scritto, in definitiva, non mi sarebbe mai appartenuto. Quel primo articolo, fresco di stampa, ormai apparteneva a quegli studenti biascicanti e a Lo, come a chiunque avesse mai avuto il tempo o la voglia di leggerlo. Paradossalmente, avrebbe potuto e potrà ancora appartenere a chiunque, fuorché a me. A me è appartenuto, questa la consapevolezza, solo nel momento in cui l’ho scritto. Appena messo il punto io sono diventato altro da lui, come lui altro da me. Eppure vi era il mio nome.
Ancora oggi, al pari di quella curiosa mattina, faccio fatica a riconoscermi in quelle poche righe, e fosse il contrario inizierei a preoccuparmi. Mi riconosco, piuttosto, nel quadretto che Lo tiene appeso nell’atrio del dormitorio. Incorniciato c’è proprio il ritaglio del mio articolo, salvato da Lo da una delle due copie di quella mattina. Il secondo ritaglio lo conservo io, gelosamente: non vi si legge assolutamente niente, macchiato come fu di burro e marmellata, ed è per questo l’articolo più bello che io abbia mai scritto.
la città è scorrevolezza. frivolezza. pantano. perdersi. scomparire.
la città è crogiolo. culla. brodo primordiale. nuove forme di vita.
la città è incontri. scontri. catalizza. possibilità. opportunità. incroci.
la città è orizzonte artificiale. case. palazzi. immaginazione. infiniti orizzonti.
raccomandazione: in città tenere sempre una luce accesa. scintilla. a portata di mano.
Il primo anno studiavo a lume di candela. Vivevo in un dormitorio per studenti adiacente alla facoltà. Ricevevo una piccola borsa di studio, più un sostegno quale orfano di guerra. Scrivevo ogni tanto a mia madre e a mia nonna. Senza troppi rimpianti le avevo lasciate dietro di me al Paese, il Paese in riva al Lago. Quel giorno che presi la corriera per la Città già sapevo, lasciavo un piccolo mondo antico per gettarmi, con speranze e ambizioni, in grembo alla modernità. Era come me la aspettavo, una modernità infanticida. Da provinciale quale ero sapevo che avrei dovuto tenere ben saldi i miei convincimenti, altrimenti la Città mi avrebbe stritolato, divorato, sgretolato, sgretolato come si sgretola la merda al sole.
Quel giorno che presi la corriera per la Città mia madre lasciò che mia nonna mi preparasse due panini per il viaggio; erano preoccupate. Quei due panini e la sciarpa di mio padre erano le uniche cose che erano in grado di darmi, consce del fatto che non mi avrebbero aiutato poi molto, in Città, per tutti gli anni di università che avrei dovuto trascorrervi. Avrei dovuto cavarmela da solo, a cominciare da quella mattina presto, che fuori faceva freddo, e il Lago, a detta degli anziani, avrebbe dovuto essere gelato.
Il primo anno studiavo a lume di candela. Uscivo poco, per timore di essere sopraffatto. Vivevo nascosto come la Regina del Lago. Leggevo, studiavo, scrivevo. Le ombre della stanza, proiettate sulle pareti di legno, mi facevano compagnia. Dissertavo con loro: ci chiedevamo quando sarebbe arrivato il giorno in cui sarei stato pronto.
Basta lasciar correre il tempo affinché tutto si tramuti nella medesima cosa, indefinibile.
Magma. Il fiume della storia. Il fiume della memoria.
Soli in questo magma siamo, indefinibilmente, il magma stesso.
Sta arrivando l’inverno è freddo e io me ne sto rannicchiato sotto le coperte. Non ci credo mio nonno sia morto non ci voglio credere, nonno, no! no! voglio andare al Lago, nonno, insieme a te, vedere se c’è un buco nel muro, un passaggio magari la bambina saccente lo sa e non me lo ha voluto dire. E quel pesce magico, La Regina del Lago magari era lei, ma in cima alla collina, precipito nelle cava tutto rotto le ossa rotte e il sangue sui sassi bianchi, le mani pietrificate si sgretolano in polvere e fatica per tornare su, su verso la luce e il sole e la vetta, uno splendido specchio d’acqua dove muore il sole, e da lì spicco il volo, su un’astronave a forma di zuccheriera che guida mio nonno, una buffa astronave verso il sole e le mani grandi, io scarruffato dal vento e dalle mani di mio nonno, navighiamo sul Lago e sul mondo a bordo della nostra strabiliante zuccheriera. “Affogherai, Affogherai” mi dice quella bambina saccente, e cattiva, ma la nonna che la porta per mano, e mio babbo, dov’è mio babbo, è nel Lago, assieme a tutti i morti della guerra, ma mio nonno non è la, è nel sole, e mia sorella mi ha rubato la bicicletta, e allora io mi vendico sul gatto che lei ama tanto, “il mio micino”, lo prendo e lo getto nel pozzo, mia sorella piange e mia mamma mi mette in punizione, mia nonna non mi parla, ma io so che il nonno è nel sole, e anche il gatto, è ricomparso nel Lago, lo so, e domattina mi getterò nel pozzo e sorprenderò tutti ricomparendo nel Lago, sarò il Re del Lago.
C’è un bambino dentro me che stento a riconoscere.
Appena lo riconosco lui salta fuori e fa di testa sua.
Quando fa di testa sua lo lascio fare perché lo vedo felice; ed io, come d’incanto, mi ritrovo più felice di lui.
La prima volta che salii sulla Collina dei Porcospini avevo circa cinque anni, la guerra era finita da poco ed era ancora in vita mio nonno, che però stava già male, lo ricordo allettato. Allettato nel senso che era costretto a letto o, giocando con le parole, nel senso che era allettato dalla Morte. Quel grand’uomo stava per morire, la Morte lo chiamava a sé, e lui, inchiodato a letto, guardava con serenità all’unica via di libertà che gli si prospettava davanti.
Ma torniamo a quel giorno, quel giorno in cui finii in vetta alla Collina dei Porcospini. Poco prima mi trovavo a cercare lumache ai piedi del Grande Muro. Lì conobbi una bambina saccente. Io non sapevo chi fosse, non l’avevo mai vista, e non sapevo che al di là del Grande Muro ci fosse un lago. Nessuno me lo aveva mai detto. Me lo disse quel giorno quella bambina saccente: «Sai che di là dal muro c'è un lago? Per vederlo non hai altro modo che salire sulla Collina dei Porcospini».
Si dice che i bambini siano curiosi: è vero. Io, alla notizia, mi sentii morire dalla curiosità, ma feci finta di non credere a quella bambina saccente. Perché i bambini, oltretutto se fra coetanei, sono anche orgogliosi. Continuai, indifferente, a cercare lumache. Fu così che la bambina saccente mi dette una spinta, mi buttò a terra, e il sacco delle lumache si rovesciò. Ero sul punto di piangere. Mi gridò contro, ‘idiota’ mi chiamò, e raccolse in mezzo ai miei piedi un sasso tondo. Pensavo me lo avrebbe tirato in faccia e invece lo scagliò oltre il Grande Muro. Nel silenzio si sentì un plof. «Plof», si sentì, distintamente, rumore di oggetto che cade nell'acqua. «Idiota» mi ripeté, che già se ne stava andando. Io, occhi lacrimosi e iniettati di sangue, iniziai a correre verso casa, dimenticando la sacca con le lumache.
Si dice che i bambini siano coraggiosi: non è vero. I bambini sono solo incoscienti. Mossi dalla curiosità vincono le paure solo perché non conoscono i pericoli. Era da poco finita la guerra: io ero troppo piccolo per ricordarmela e troppo piccolo perché i miei intendessero raccontarmela. Troppe ferite, ancora aperte, che un bambino ha la fortuna di non ricordarsi: perché metterlo al corrente? Tra le poche cose che sapevo era che, per via della guerra, era pericoloso salire sulla Collina dei Porcospini. Perché la collina era minata, seppi dopo. Perché hanno paura che mi perda, o che cada nella cava, pensai io. Dei porcospini non mi preoccupavo minimamente, allora pensavo fossero piante selvatiche. Semplicemente correndo, a testa bassa e pugni chiusi dall’ostinazione, oltrepassai la casa e imboccai il sentiero della Collina.
Ebbi fortuna, la scampai. Mia madre e mia nonna, quando seppero dov’ero stato, gridarono al miracolo e non ebbero la forza di sgridarmi. Anzi, si prodigarono nel curare le mie ferite. Avevo sbucciature sulle ginocchia e sui gomiti, e graffi sui palmi delle mani. All’andata non mi ero reso conto dell’asprezza della salita, data la determinazione nel voler raggiungere la vetta, e riuscii nell’impresa in meno di un’ora. A scendere fu assai più lungo, complicato, tormentato. Preoccupato per l’ora tarda, e inebriato dal successo, non evitai di cadere più e più volte. Destino vuole che ebbi salva la vita.
Fu mio nonno a sgridarmi. Si arrabbiò come non mai, puntandomi un dito sulla faccia e parlando di continuo con voce bassa e cavernosa. Mi fece paura. Credetti fosse sul punto di farmi saltare in aria, così, semplicemente schiacciando il suo indice contro il mio naso, con l’intenzione di farmi capire una volta per tutte il pericolo che avevo corso. Ma quando gli raccontai perché lo avevo fatto i suoi occhi si illuminarono d’immenso. Volle che gli raccontassi quello che avevo visto, per filo e per segno. Guai a tralasciare un qualsivoglia dettaglio. Finito il racconto, posò la sua grande mano sulla mia testa e mi scarruffò per bene, come faceva quando desiderava farmi un complimento. E io gli sorrisi. E lui, a fatica, mi issò sul letto, perché io mi sdraiassi al suo fianco. E mi disse che gli uomini sono buoni solo a distruggere e a cancellare. E che gli uomini fanno le guerre e costruiscono muri, ed hanno la pretesa di decidere per gl’altri cos’è bene e cos’è male. Mi disse anche che l’unica maniera di difendersi è la memoria. E mi raccontò la leggenda della Regina del Lago, e fu lì che io mi addormentai.
La storia del bicchiere mezzo pieno mezzo vuoto, insomma, come se fosse antani in senso circolare. In loop. Senza.
Il Buon Libro. Come farne senza? Tratte le dovute conclusioni non lo cerco più. Lo scriverò io. Perché non esiste e non posso farne a meno, non posso vivere senza. Era frutto della mia mente bacata, lo so. Sarà frutto della mia mente bacata, lo so. Non sarà un frutto bacato, lo spero.
La Regina del Lago, dicevamo, del Lago del Paese vicino al Lago. La Regina del Lago era una semplice mormora. Ma non era un semplice pesce, no, era qualcosa di più. Non per niente era la Regina del Lago.
Nessuno era mai riuscito a vederla, dicevamo, perché gli altri pesci le nuotavano sempre attorno. La circondavano. La proteggevano. La scortavano. La nascondevano alla vista degli umani, che erano gli abitanti del Paese vicino al Lago. Poi, appena si sparse la notizia, vennero i forestieri. Turisti, curiosi, scienziati, pescatori professionisti. I pesci del Lago la avvisavano del pericolo. I pesci del Lago si sacrificavano per lei. Anche i pesci del Lago avevano uno strano comportamento. Ma chi aveva il comportamento più strano? La Regina del Lago? O i pesci che le sottostavano?
Prima del Grande Divieto, il divieto di pescare e di avvicinarsi al Lago, la popolazione ittica venne decimata. A far scattare il Grande Divieto, deciso saggiamente dal sindaco del Paese in riva al Lago, fu il gesto di un idiota. Tale idiota pretendeva di pescare - più semplicemente, pretendeva di uccidere la Regina del Lago - utilizzando le bombe a mano.
L'ultimo boato indignò la popolazione. I pescatori del luogo avrebbero linciato l'idiota, non fossero intervenuti i gendarmi. I gendarmi furono incaricati dal sindaco di erigere il Grande Muro, a protezione del Lago. Che i pescatori si dimenticassero pure il loro mestiere per impararne un altro. Che i turisti incominciassero pure ad apprezzare le altre bellezze del luogo, come il vecchio campanile in pietra o la vicina Collina dei Porcospini. Le pietre del vecchio campanile, va detto per inciso, provenivano dalla vecchia cava, situata sul fianco nord della Collina dei Porcospini. Non è tutto. La cima del vecchio campanile e la sommità della Collina erano gli unici due luoghi dai quali si poteva ancora scorgere il Lago, al di là del Grande Muro. Da lassù, dopo un bel po' di fatica, i bambini potevano ammirare la vita del Lago trascorrere beata, e fantasticare sulle fantastiche avventure della Regina del Lago.
C'è sempre qualcosa che non si capisce, in fondo. In fondo è bello non capire, o meglio: è meglio. Sì, è meglio non capire.
Le parole si rincorrono, si ripetono, cercare di spiegare è come prendere un tram, fare il giro della città, scendere esattamente alla fermata dove eravamo saliti. Il Buon Libro Senza Senso e Testo Trasparente, per certi versi, è come questo tram. Inizia dove finisce, e dopo averlo letto la sensazione è di una grande presa per il culo. Addirittura, avrai la sensazione di non averlo mai letto. Ecco perché lo rileggerai. E lo rileggerai ancora. E lo rileggerai all'infinito. E non ne uscirai più, questo è certo, finché non lo avrai distrutto. Inizierai col tirarlo nel muro. Poi ne strapperai qualche pagina. Infine gli darai fuoco. Allora ti assalirà un gran senso di vuoto, vorresti tornare indietro ma il libro non c'è più. Parole, frammenti, frasi sconquassate ti bruceranno dentro, e la follia sarà bella che servita. Tu vuoto dentro, il libro tutt'attorno. Non ci saranno mai parole sufficienti per descrivere ciò che vedi anche se capirai tutto, ogni cosa ti apparirà follemente nitida, per colpa di quelle parole che sono morte dentro di te.
La gente, per certo, non si fa mai gli affari suoi. E un essere solitario, per di più muto come un pesce - sia questa la storia di un pesce -, va a finire che ha non una ma mille voci, tante quante sono le bocche del Paese, il Paese in riva al Lago. Il paese mormora, si dice, e bizzarria di sorte e natura vuole che quel pesce fosse proprio una mormora. Ma era una mormora strana, misteriosa, forse deforme, comunque una mormora fuori dal comune, speciale per i suoi simili prima ancora che per l'uomo, giacché i pesci del Lago non la lasciavano mai, sempre le nuotavano attorno, a stretto contatto, sempre era accompagnata e protetta, quasi l'avessero eletta loro regina. E per chi la intravedeva, sia da oltre la superficie sia da sott'acqua, non c'era verso di distinguerla chiaramente. Impossibile, per chiunque, riferire si trattasse con certezza di una mormora, anzi. Dopo pochi mesi la sua comparsa nel Lago, questo il punto, in Paese ognuno propinava la propria idea, personale e originale. Tutte opinioni utili a passare il tempo, più che altro, e inoltre capaci di intricare la matassa all'inverosimile, fomentare il mistero, creare una leggenda, la Leggenda della Regina del Lago. Supponendo avesse risalito la corrente, qualcuno si diceva disposto a mettere la mano sul fuoco fosse un salmone oppure un'anguilla, tenendo conto che le mani a disposizione sono due. Altri dicevano luccio perché i suoi occhi, di notte, sembravano illuminarsi d'immenso fino a far brillare l'intero Lago. E ancora trota, per quel modo di nuotare, e perfino squalo, sebbene mai nessuno l'avesse vista mangiare, né uomini né tanto meno suoi simili, e a dire il vero, in Paese, nessuno aveva la benché minima idea di come fosse fatto uno squalo. Il medico del Paese, che in casa aveva trovato un'illustrazione di un pesce palla, sciorinava dall'alto del suo sapere la soluzione più bizzarra: si trattava giustappunto di un pesce palla, che su ogni aculeo portava infilzati, a mo' di schiavi, gli altri pesci.
...io seppi, lo seppi con impeto di
furia, che tutto quel che avrei conosciuto e che avrei mai conosciuto era una cosa sola.
(Jack Kerouac)
Per una frazione di secondo tra la perdita di tutto quel che sa-pevo prima e l'acqui-sto di tutto
quel che avrei saputo dopo, riuscii ad abbracciare in un solo pensiero il mondo delle cose
come erano e quello delle cose come a-vrebbero potuto esse-re, e m'accorsi che un solo sistema compren-deva tutto.